Opinionista televisivo e critico sportivo,
oggi l’ex calciatore è commentatore calcistico per diverse trasmissioni nazionali.

di Pier Paolo Vicarelli

“Ogni volta che sento parlare perugino mi si allarga il cuore”. Esordisce così Aldo Agroppi dalla sua casa di Piombino, da dove ci racconta volentieri qualche frammento della sua carriera calcistica. “Preferisco cominciare dal fondo a raccontare la mia storia, proprio perché gli otto anni passati a Perugia sono stati bellissimi. Dopo undici anni trascorsi in serie A con la maglia del grande Torino, accettare di passare con il Perugia poteva essere definito un declassamento. Invece non è stato così. A Perugia sono stato accolto benissimo sia dai tifosi che dalla popolazione ed inevitabilmente mi sono innamorato di questa regione per me sconosciuta e bellissima”. Ci racconta come è avvenuto questo passaggio. “Era il 1975 e proprio in quell’anno stavo perdendo mia madre. Un momento difficile che superai anche grazie all’ambiente che trovai nella società del presidente D’Attoma. Il primo giorno che lo incontrai mi disse: Guarda Agroppi che non ti abbiamo acquistato perché sei bravo, ma perché noi siamo una squadra di provincia ed essendo stati promossi in serie A, dobbiamo andare a giocare negli stadi delle grandi città e tu ci devi aiutare a ritrovarli!”Ancora oggi ricordo con affetto quella battuta simpatica che solo un presidente paterno come D’Attoma poteva fare”.Come è stato il suo esordio in maglia biancorossa. “All’inizio il mio rendimento fu molto basso e giustamente Castagner mi tenne in panchina. Io chiaramente non ci potevo stare, ero insofferente ed anche triste per la morte di mia madre, ma a poco a poco mi rasserenai pensando che il più bel regalo che le potessi fare era quello di tornare  il bravo calciatore che sapevo di essere. Nelle due stagioni che seguirono infatti tornai in campo alla grande riuscendo anche a segnare contro l’Inter e contro la Roma. Due momenti entusiasmanti che ancora oggi ricordo: A San Siro Novellino lavorò bene un pallone come sapeva fare lui, me lo passò in area rasoterra ed io che arrivavo in corsa lo infilai in rete nell’angolo battendo Bordon. Quello della Roma nacque da una galoppata di Nappi con cross in area ed io di testa scaraventai in rete siglando il gol della vittoria. Dopo aver appeso le scarpette è rimasto legato al Grifo anche da allenatore, ci racconta come è andata. “A trenatrè anni, con qualche infortunio di troppo, decisi di mollare con il pallone ma rimasi come allenatore delle giovanili del Perugia tirando su giovani promettenti come Tacconi, Pin e Redomi con i quali andammo in finale al torneo di Viareggio”. Nel 1985 ha guidato il Perugia che disputò un gran campionato sfiorando addirittura la promozione in A. “Quell’anno sfiorammo l’imbattibilità ottenendo un secondo posto in campionato. Vincemmo 42 partite perdendo una volta sola, con 12 rigori concessi al Bari e molte squalifiche per noi, come successe a Pisa quando terminammo la partita in dieci uomini.. Si vede che doveva andare così. Comunque possiamo ancora dire di essere usciti a testa alta”. Ricorda volentieri  le sue origini calcistiche e i suoi compagni di avventura in tanti anni passati nel mondo del calcio. “Ricordo con nostalgia il mio primo scopritore, si chiamava Capanna, era un allenatore dilettante di una squadretta di giovani che giocavano al pallone per divertirsi. Con quello stesso spirito mi sono ritrovato da professionista nella squadra di Castagner, dove anche di fronte alle situazioni difficili restavamo sereni. Mi sento ancora oggi con i compagni del Perugia dei miracoli, ripenso ai ritiri a Norcia in stanza con Vannini che si vantava chiamandomi il “faro” perché diceva che ero come una luce guida. Ma il mio ricordo più caro resta quello di Curi, un giocatore che in campo sapeva fare tutto: usava indifferentemente il piede destro e il sinistro, era veloce, sapeva dribblare, crossare, era generoso e sarebbe stato destinato ad una grande carriera in una grande squadra. Come per il mio vecchio compagno di squadra Gigi Meroni, anche al mio amico Renato Curi è mancato un angelo custode che lo proteggesse”.