di Pier Paolo Vicarelli

Abitava nel quartiere dell’Elce e le adolescenti andavano sotto le sue finestre per gridargli: “Sei bello esci fuori che ti vogliamo vedere!”

Poteva capitare a metà degli anni Sessanta, di incontrare un ragazzo con barba e tuta davanti all’ingresso di Mirafiori a Torino, intento a sfogliare il “Quotidiano dei lavoratori”. Si sentiva un operaio ma non voleva essere un numero qualsiasi inquadrato come un automa nella più grande fabbrica italiana. Il suo nome è Paolo Sollier. Non immaginava che sarebbe stato proprio un numero a cambiare la sua vita, quello indossato qualche anno più tardi sulla maglia numero 9 dell’indimenticabile Perugia dei miracoli. “Era il 1968 e mi ero iscritto alla facoltà di Scienze Politiche, racconta oggi Sollier, che però abbandonai dopo un anno per lavorare alla Fiat di Mirafiori. Erano gli anni della crescita e della rivoluzione e per manifestare la mia inquietudine giovanile pensai di adottare il saluto col pugno alzato; successe quando arrivai a giocare nei campi della serie D con la Cossatese e in C con la Pro Vercelli. Quello era il mio modo di salutare i tifosi seduti sugli spalti. Quel saluto me lo portai con me sempre, anche in serie A. Dentro quel pugno in verità volevo racchiudere tutta la speranza di cui avevano bisogno quelli che non ce la facevano a sbarcare il lunario, gli ultimi della società, i giovani senza lavoro che ancora oggi come allora finiscono per essere dimenticati. Quando arrivò la chiamata di Castagner e diventai importante insieme ai miei compagni del Perugia dei miracoli, tutti ti cercavano, eravamo sulla bocca di tutti gli opinionisti, ospiti di interminabili puntate dedicate al calcio nelle televisioni private e in quelle nazionali. Eravamo motivati e preparati, un collettivo che ci faceva sentire forti, ma siamo rimasti semplici e addirittura umili anche contro i grandi. Questa è stata la nostra dote più importante”. Nel suo libro “Calci e sputi e colpi di testa”, pubblicato nel 1976, Paolo Sollier racconta la sua militanza in Avanguardia operaia e descrive il mondo del calcio, la passione che metteva quando scendeva in campo, considerando il gioco una professione non meno di una fatale distrazione dai veri problemi della società. Nello stadio, dice Sollier, possono nascere incontri e opportunità di grande valore sociale e solidale. Lo spogliatoio può diventare come un aula di scuola. Senza per forza essere conformisti. “Io la giacca della divisa ufficiale del Perugia non l’ho mai indossata, non mi piaceva neanche il colore che sapeva di vomitaticcio e assomigliava a quella dell’orchestra Casadei. Poi sono rimasti in tre o quattro a indossarla. Un giorno abbiamo rapito quella di Castagner e gli abbiamo fatto quattro buchi sulla schiena, come fossero fori di proiettile. Lui la mise senza accorgersene. Sembrava un eroe”. Il calcio di oggi non mi piace più perché deve cambiare cultura. Basta protagonismi a tutti costi, basta vedere la sconfitta come un fallimento. Basta con l’ossessione del successo. Perdere dovrebbe diventare uno stimolo per migliorarsi, per lottare e ottenere ancora di più. Una volta giocavamo per strada, ci sbucciavamo i ginocchi e quando passava una macchina ci fermavamo. Le partite finivano 8 a 10. Oggi i ragazzi li inquadrano nelle scuole di calcio, dove si attuano le tecnologie di gioco con schemi infiniti, banali nell’illustrazione, improbabili nell’attuazione. L’errore deve essere accettato come una debolezza umana, non come strumento di vedetta. Non serve la moviola, serve la voglia di divertirsi giocando ad uno degli sport più belli del mondo. Con dignità. Coma avveniva ai tempi del Perugia dei miracoli.