Di Brunella Bruschi
MULTICULTURALITA’ NELL’INIZIATIVA DELL’ASSOCIAZIONE IMMAGINI D’IRLANDA IN UMBRIA
Nello spirito cosmopolita e di interculturalità che ispira la nostra riflessione sulla poesia e sulla cultura più vicina a noi, è importante registrare l’evento autunnale ormai consueto, che coinvolge Magione e Perugia, l’incontro di poeti irlandesi e poeti umbri, che si confrontano in diverse serate e mattinate di lettura, in dialogo con un numeroso pubblico e con studenti della scuole superiori. Negli anni l’iniziativa dal titolo :Riflessi diversi, i poeti irlandesi ci raccontano, ideata dall’Associazione culturale Immagini d’Irlanda in Umbri a(diretta da Fernando Trilli) e sostenuta dal Comune di Magione, dall’Ambasciata d’Irlanda (si svolge, infatti,alla presenza dell’ambasciatore), dal Comune di Perugia e dalla Regione dell’Umbria, ha creato un tessuto di condivisione e avvicinamento delle due diverse culture e delle molteplici esperienze di vita e scrittura proposte, anche in virtù del fatto che alcuni autori ospitati sono soliti soggiornare nel nostro territorio per qualche periodo dell’anno, realizzando cosi quasi naturalmente uno scambio di quotidiane consuetudini, una progressiva assimilazione di atmosfere nostrane e di paesaggi, che diventa ulteriore ricchezza di linguaggi espressivi.
Tra gli ospiti irlandesi di quest’anno Ciaràn O’ Driscoll, tradotto da Rita Castigli, racconta con i testi presentati proprio questo incontro con la quotidianità paesana nell’area fra la città e il lago. Vecchie donne di Magione è un mirabile, suggestivo componimento che dice della vita semplice e piena d’umanità in una bottega alimentare non ancora contaminata dalla concitata, algida ripetitività di gesti e silenzi nel cittadino supermercato, e dal dominio asettico di prodotti incellophanati. Qui è il regno di vecchie donne senza tempo che contrattano il prezzo del prosciutto con un venditore altrettanto pittoresco, come fossero in famiglia e lui un figlio a cui tirare un po’ le orecchie, ma a cui anche raccontarsi e da cui farsi consigliare.
Loro tirano sul prezzo del prosciutto e non sorvolano sul benché minimo difetto della/ merce… loro saltano la fila davanti ad inesperti stranieri come me e chiacchierano roche/ come stormi di cornacchie e sono piene d’incredibile tenerezza…
Il consumato talento dell’artista gli consente di armonizzare accanto a sfumature psicologiche e caratteriali dei personaggi rappresentati tutte le corde della sua personalità poetica, facendole vibrare nel verso in perfetto equilibrio tra le acute immagini realistiche, le similitudini che allargano l’orizzonte dello sguardo, e i traslati che conducono alla gamma di riferimenti esistenziali più universali, fino all’espressionismo umoristico della conclusione: questo dà corso ad una tregua diplomatica mentre le vecchie aspettano/pazientemente dietro di me, torturate dal dolore crescente alle ali/
Il timbro lucido e disincantato è fatto di interiorizzazioni profonde, di attenzione alle cose, alle persone, agli accadimenti, persino nel più scontato quotidiano. Tale qualità si riscontra, ad esempio, nella poesia Il sopravvissuto, in cui l’oggettivazione pacata e limpida del dolore è perseguita nella efficace sintesi.
In Attendere, prego l’iterazione crescente che conduce al gioco di parole/non sense per assonanze, alla fine,nella voce metallica fuori campo fa emergere la vigorosa sobrietà di un umorismo paradossale che caratterizza costantemente la poesia di O’ Driscoll.
Ciaran è nato a Callan nel ’45 e vive a Limerick. Ha pubblicato sei raccolte poetiche, un romanzo e un libro di ricordi d’infanzia. Vecchie donne di magione, tradotto da Rita Castigli, è stato pubblicato da Volumnia Editrice nel 2006. Ha vinto molti premi, tra cui il James Joyce Prize e il Patrick and Katherine Kavanagh Fellowship per la poesia.
A lui fa da contrappunto la lirica di Pat Boran, a sua volta tradotta da Rita Castigli, che colpisce per l’incisività della metamorfosi attraverso ogni cosa esistente e fatalmente sottrae certezze e identità.
Il pupazzo di neve conclude: Prima che lo sapessimo, il pupazzo/ di neve diventò cosa-di-neve,/chino e gobbo ubriacone/in uno sporco completo di lenzuola, un intruso/smarrito e costretto a passare la notte/fuori da solo. Chi lo poteva amare ancora?/Pure il pastorale che cosi saggio lo faceva/la scorsa settimana-il nostro San Patrizio-/gli giaceva ai piedi come un punto di domanda./
In Fede si conferma un versificare asciutto e solo apparentemente narrativo, conversevole,moderno e sostenuto dalla tensione della domanda, dello sgomento difronte all’esperienza estrema.
Spinto fuori dalla barca, mio padre/come altri suoi fratelli imparò a nuotare/per necessità. Aveva visto, senza dubbio,/un sacco pien di gatti andare giù in quello stesso/ fiume Dinìn, e ben potrebbe aver immaginato/il nero profondo alla fine della collana/di perle, quei semi d’aria che salivano/per spuntare e sbocciare sulla pelle dell’acqua./
I temi riguardano le realtà più diverse, frequente quella naturale col suo dominio sulla vicenda umana che sottrae libero arbitrio, ma anche nei valori preziosi che alcune creature, come il cane, rappresentano per gli uomini. Il cane ha saggezze segrete da offrire. Quando mai sapremmo/del mondo, dell’esistenza stessa/se potessimo con loro conversare,/questi amici che sanno abbaiare/per lenire la nostra solitudine,/questi angeli odoranti umidità/che soffrono i nostri umori e sgridate/ed ancora alla fine-/sparecchiata la tavola e spente le luci-/che ci portano fuori un’altra volta/a stare in piedi nel buio/e attende: re, guardando in su/come pastori sotto/il baldacchino delle stelle./
Pat Boran è nato in Irlanda nel ’63 e vive a Dublino dove lavora come editore e giornalista radiotelevisivo. Ha pubblicato numerose collezioni di poesia, narrativa e critica. Traduzioni del suo lavoro sono apparse in italiano, ungherese e macedone e è un membro dell’Aosdana,istituzione creata per onorare artisti e scrittori che hanno dato un rilevante contributo alla cultura. Nel 2008 ha ricevuto negli Stati Uniti il premio di poesiaO’ Shaughnessy Award.
La musica tra una lettura e l’altra era eseguita da Andrea Rellini, il servizio fotografico da Aurelio Stoppini.
I poeti umbri quest’anno erano Maria Rosaria Luzi e Antonio Carlo Ponti.
La prima, laureata in Lettere Moderne, ha svolto la professione di insegnante ed ha pubblicato diverse raccolte di poesie,, di cui una prefata da Mario Luzi. I testi proposti in questa occasione, tradotti da Eiléan Ni Chuilleanàin, sono caratterizzati da uno sguardo un po’ sognante, un po’ crepuscolare sulla realtà del personale vissuto, che acquista più ampi contorni, confini sfumati. L’abbandono, la nostalgia, un vago languore memoriale che conforta l’anima sono i tratti più evidenti dei componimenti, evocando stati d’animo trascoloranti e sfumati dal tempo. In Ogni volta di più, in particolare una nitida trama semantica indica la trasfigurazione del contesto reale in memoria sbocciata dall’elatività che la condizione del viaggio in treno consente. I lemmi che la realizzano sono: “languide, struggono, anima mia, più infuocato”.
In altri testi si ricamano ricordi d’infanzia e di luoghi e cose ormai desueti. In Profumi lontani i versi recitano:Quanti voli da brivido in altalena/vicino alla casa sul fiume/odorosa di maggi e di frutti dell’orto/Quante corse nella stanza del telaio/per ammirare l’ordito/e al mulino di fronte alla piccola chiesa/per saltare nella sansa profumata di olio…..e mi fa groppo alla gola/pensare ai giochi insieme a te/nella stanza accanto a mia madre/che avrebbe voluto abbracciarmi per l’ultima volta./
L’esternazione del dolore (poiché la nostalgia è “dolore del ritorno”) diviene a tratti lenimento e contemplazione.Novembre è un flash in cui il vento caldo di una probabile estate di S. Martino dà corpo all’interiore slancio verso tutte le persone care scomparse.
La poesia di Antonio Carlo Ponti rappresenta, invece, un recupero memoriale dai contorni netti, lucido, distante, dominato dal pensiero. Sembra che più che la contemplazione di sé nel passato sia prioritario un sorriso un po’ dissacrante sul sé di oggi, sulle precarietà del domani. E soprattutto si coglie un interesse alla ricerca di eventi, preziosi da assumere come ricchezza valida ancora nel presente in una curiosità storica e culturale, del resto costante nel suo lavoro su vari fronti. Colpisce un certo pudore del vissuto personale, ma con un’attenzione defilata, in sordina, a sfumature psicologiche ed emozioni che fanno la storia, non solo quella personale.
In La casa delle mele cotogne con un’ironia sottile che tiene a bada il compiacimento, stemperando nell’enumerazione del dettaglio qualsiasi possibile compassione di sé, si afferma: Ogni cosa al suo posto/e un posto per ogni cosa/ le tue lettere rare come quintessenza/nel tiretto di bosso/i libri e gli opuscoli nei plutei/illuminati appena/le carte sfatte(non sudate)/nei contenitori di fibrain bell’ordine allineati/….. Ogni cosa al suo posto/la memoria dentro l’ardesia/della disperazione/…. Non c’è più nessuno/la morte è al suo posto/ Il cimitero fuori del paese/è il paese dell’infanzia./.
Il dialetto, poi, in cui Ponti si cimenta come in una lingua materna che accoglie intatto un mondo esterno e interiore, è molto incisivo e fresco, poiché ben posseduto dall’autore,conferisce alla poesia una molteplicità di sensi e venature, dalla leggerezza al ludus, all’interiorizzazione di un vissuto scomparso, ma foriero ancora di linfe future Nel componimento In memoriam si conferma una scrittura essenziale e incisiva nell’enumerazione di aspetti oggettivi del fenomeno(l’ossigeno di un malato) solo brevemente accostato al senso ultimo del vivere: L’ossigeno sfrigola/nella bocca/la vita è questo/tubicino che s’inerpica/lungo i tuoi lunghi/cerei orecchi…L’ossigeno sfrigola/nell’ampolla/La vita è questo tubicino che s’insinua/dentro il tuo lungo/naso aristocratico/Anch’io vorrei/un po’ d’ossigeno/madre/per sopravvivermi./

